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Malocchio e Iettatura

Sconto 15%
€ 10,50€ 8,93 cad.
Massimo Centini
9788827214688
128
13,5x21,5
MAGIA
tradizione, antropologia
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DESCRIZIONE

Rileggendo oggi il celebre racconto La Patente di Luigi Pirandello, potremo sorridere pensando che, in un nuovo millennio in cui la scienza sembra dare risposte precise e fondamentali, l’Italia superstiziosa di un secolo fa sia solo un caro ricordo, una foto sbiadita dal tempo. Non è così. Malocchio e iettatura fanno ancora parte della nostra cultura e continuano a condizionarci profondamente, ad apparire nel nostro quotidiano. Il ruolo di queste credenze nell’esperienza collettiva non è certo da sottovalutare, e riuscire a comprendere le loro remote motivazioni significa soprattutto scavare nella coscienza umana e mettere a nudo le nostre paure ataviche che mai evoluzione scientifica sarà in grado di spiegare. Il senso di precarietà dell’esistenza, quando non vi si oppone la fede o la cieca razionalità, finisce comunque per dominarci, conducendoci verso l’inquieto mare magnum dell’angoscia. Questo accurato saggio di Centini, unico per capacità di sintesi e scelta dei documenti, fa il punto sugli aspetti storico-popolari della superstizione partendo dalle tradizioni antiche per arrivare agli studi antropologici e psicoanalitici del Novecento. L’Autore ripercorre le testimonianze della superstizione in epoca latina; il periodo dell’Inquisizione durante il quale la paura dell’«altro», del «diverso», dell’«ignoto» fece nascere incredibili persecuzioni; le radicate tradizioni della magia contadina, soprattutto in Campania – approfonditamente studiate da De Martino – e in Sardegna (l’ocru malu e l’uso dei coccos); i metodi più in uso per preservarsi dal malocchio; i pareri di grandi personaggi della cultura e della scienza (Voltaire, Dumas, Vico, Leopardi, Freud, Jung). Al termine di questa interessantissima panoramica il lettore concluderà che il mai sopito terrore che dall’esterno possano giungere «influssi malefici» destinati ad alterare il nostro equilibrio altro non è se non un modo per giustificare la nostra umana fragilità che cerchiamo in tutti i modi di esorcizzare con simboli, amuleti e strane formule. Il «non è vero ma ci credo» è un’affermazione che sentiremo ancora in questo «rassicurante» nuovo millennio.

NOTE SULL'AUTORE

Studioso di antropologia, di tradizioni popolari e di tematiche legate alla spiritualità, lavora presso il Centro Studi Tradizioni Popolari dell'Associazione Piemontese di Torino, ed è autore di numerosi libri e articoli.

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